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Come stanno i caregiver dopo il Coronavirus?

Intervistiamo la dottoressa Silvia Inglese, che tiene i gruppi per i caregivers di malati di demenza nel consultorio Kolbe.

1. Uno studio WeWorld su donne caregiver ha fatto emergere come in lockdown il 60% di loro ha gestito da sola famiglia e persone in difficoltà.
Che tipo di riscontro avete avuto come operatori di consultorio?

“Tradizionalmente, all’interno della famiglia era la donna a farsi carico della gestione domestica e, in particolare, di quella dei congiunti anziani in difficoltà.
Eppure, anche oggi, in una società in cui la donna ha raggiunto rispetto all’uomo una piena parità a livello teorico (sebbene manchi ancora molto sul piano pratico), la figura di cura per eccellenza, soprattutto se in famiglia ci sono persone malate e non autonome, resta sempre la donna.
Pertanto, nel periodo di isolamento sociale dovuto all’emergenza COVID-19, le donne che rivestono il ruolo di caregiver hanno risentito negativamente della situazione a causa dell’aumento del carico quotidiano.
Ciò che ho riscontrato nell’ambito della mia utenza consultoriale è stata una maggiore fatica, un aumento del senso di responsabilità e la percezione, più forte che in tempi normali, del divario con i congiunti maschi negli incarichi di cura”.

2. Quanto e in che modo il lockdown, causato dal coronavirus, ha amplificato il senso di ansia, oppressione e disagio dei caregiver

“Il lockdown, nel caso di persone affette da demenza e dei loro caregiver, ha sicuramente agito da fattore aggravante di una condizione di per sé già molto difficile.
Per i malati, la riduzione dei momenti di socializzazione dovuta, per esempio, alla chiusura dei centri diurni, al non poter uscire di casa e all’impossibilità di incontrare i parenti non conviventi, ha avuto un effetto di tipo regressivo, con il riacutizzarsi in molti casi di disturbi comportamentali quali depressione, agitazione, aggressività.
E la stessa cosa è avvenuta per i loro caregiver, costretti a una convivenza 24 ore su 24, priva di quegli “stacchi” consueti e necessari per un buon equilibrio psicologico. Ciò non ha fatto che rinforzare i loro vissuti di impotenza, isolamento, ansia, rabbia, depressione, soprattutto di fronte a congiunti malati che vedevano peggiorare la loro condizione”.

3. La chiusura delle strutture ha penalizzato i caregiver, nel loro tempo libero, ma soprattutto nel loro benessere psicofisico.
Che cosa si poteva fare (che non si è fatto) e che cosa si può fare ora per aiutare queste persone?

“La chiusura delle strutture, in particolare i centri diurni, e l’impossibilità di incontrarsi fuori dall’ambiente domestico ha senz’altro penalizzato i caregiver, togliendo loro i rari momenti di sollievo dalla cura del malato.
Nel periodo di lockdown, si è offerto e si può offrire anche in questa fase di lenta ripresa uno spazio di sollievo tramite colloqui telefonici, scambi di messaggi o, per i caregiver più avvezzi alla tecnologia e non soli nella cura quotidiana del malato, anche videochiamate, forse la forma di colloquio più “calda” tra quelle offerte dalla tecnologia.
È stato importante, nel periodo di chiusura, fare sentire ai caregiver di non essere del tutto soli. Sapere che un professionista esperto è sempre accessibile ha permesso e permette di sentirsi meno preda dello sconforto. La cosa più importante per questa tipologia di utenti è fare sentire loro presenza e sostegno costanti, perché questa vicinanza abbassa notevolmente il loro livello di ansia, disagio e senso di disorientamento di fronte a qualsiasi cambiamento nella routine quotidiana. Quindi, l’aiuto più importante che si può offrire ai caregiver è senz’altro fare sentire loro la presenza degli operatori, con le modalità più appropriate e valutate individualmente”.

4. Quanto la dinamica del gruppo è importante per i caregiver? È possibile vivere lo stesso beneficio del gruppo anche online?

“Il gruppo esercita una forte funzione di rispecchiamento, perché si impara a confrontarsi con persone che stanno vivendo una condizione simile alla nostra, con vissuti differenti, ma esperienze molto simili. Il rispecchiamento, nel caso dei caregiver, ha tre funzioni principali:

  • permette di non sentirsi diversi rispetto al resto del mondo;
  • fa sentire meno soli nella gestione della malattia;
  • favorisce la creazione di una rete di auto-mutuo aiuto che può proseguire anche a gruppo sciolto.

Rispetto alla modalità di svolgimento, in tempo di distanziamento sociale forzato, abbiamo sperimentato che il gruppo generalmente funziona bene anche con incontri online.
Una eccezione è data dal gruppo che conduco in consultorio con caregiver di malati di demenza, che ha come obiettivo quello di elaborare i vissuti traumatici legati alla malattia del proprio caro.
In questo caso, l’online ci è parso controindicato perché scopo del lavoro di gruppo è quello di permettere al caregiver di ritagliarsi uno spazio fuori casa, lontano dalle richieste di assistenza, in cui potersi concentrare sui propri vissuti emotivi.
In tempi di lockdown, ricorrendo alla modalità online dall’abitazione, con gli utenti spesso costretti in spazi ridotti, la presenza del malato e senza alcuna privacy, avremmo vanificato la possibilità di una qualsivoglia elaborazione.
È proprio per questo motivo che abbiamo offerto, in alternativa, spazi individuali telefonici per un sollievo immediato e consigli operativi sulla gestione delle criticità”.

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Info:

Tel: 02-70.00.63.93
E-mail: info@consultorio-kolbe.it