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L’esperienza della pandemia ha portato con sé – tra le tante cose – anche una profonda ridefinizione delle nostre abitudini relazionali e del nostro rapporto con la tecnologia: in particolare per bambini e ragazzi, esclusi da un giorno all’altro da tutti i contesti primari di socializzazione, e poi per tutti coloro che – esentati dall’obbligo di recarsi fisicamente sui luoghi di lavoro – si sono reinventati smartworkers.
Per necessità, abbiamo reclutato gli strumenti digitali che erano già in nostro possesso, e ne abbiamo fatto il tramite pressoché esclusivo dei nostri rapporti col mondo. Un mondo improvvisamente diventato spaventoso, da cui tenersi lontani.
Come ha sottolineato uno dei nostri pazienti, “tutto il mondo è diventato fobico come me”…
Nel protrarsi del lockdown milioni di persone si sono così scoperte – volenti o nolenti – esperte di comunicazione digitale, ma hanno anche iniziato, progressivamente, a soffrire le conseguenze di una così forte costrizione dei canali e delle occasioni di scambio. Con la graduale uscita dalla quarantena, alcuni nodi, inevitabilmente, vengono al pettine.
Proviamo a dipanarli, facendo riferimento ad alcune espressioni che abbiamo sentito ricorrere più volte:

1. Dipendenza digitale

Prima del Covid-19, un tema di grande allarme sociale, in particolare riguardo ai più giovani, era quello della dipendenza tecnologica. In tanti adulti ci siamo interrogati sui nostri figli preadolescenti e adolescenti, apparentemente ritirati in una bolla autistica, puntando il dito su Snapchat, su TikTok, su Fortnite e su tutto quanto ci sembrava una riedizione del “tunnel della droga” che aveva spaventato i nostri genitori negli anni ‘70, ’80 e ’90. Confrontando gli adolescenti di oggi con gli adolescenti che ricordavamo di essere stati, li vedevamo fragili, impauriti e inadeguati.
Forse ci eravamo dimenticati di aver contribuito noi stessi, in larga misura, a dipingere il mondo “là fuori” come un luogo di pericoli, e la famiglia come luogo caldo e protettivo, privo di conflitti, unico “porto sicuro”…
Ma quando è toccato a noi servirci delle piattaforme digitali per tenere in piedi un intero universo di relazioni affettive e professionali, ecco che Zoom, Skype e Whatsapp sono diventati un’ancora di salvezza. Per due o tre mesi, apparentemente, il problema è diventato la soluzione: l’allarme per il Covid-19 ha scacciato quello per la tecno-dipendenza. Adulti, adolescenti e bambini si sono ritrovati così accomunati dalla medesima, abnorme, quantità di ore passate davanti allo schermo, con confini sempre più confusi e precari tra i tempi della famiglia e quelli del lavoro/studio.

2. Ritorno alla normalità vs nuova normalità

Man mano che le restrizioni necessarie al contenimento della pandemia si sono allentate, il momento del tanto desiderato “ritorno alla normalità” si è rivelato più complicato del previsto: la riapertura all’incontro fisico con i parenti, gli amici e i colleghi (ma anche con gli estranei nei bar, sui mezzi pubblici, negli ascensori) impone delle scelte.
Chi faccio entrare nella mia “bolla”? A chi riservo gli abbracci e i sorrisi senza mascherina, e chi invece tengo a distanza? A quali occasioni scelgo di riservare la fatica digitale (la connessione che non regge, la riunione con le faccette formato francobollo, gli scambi vorticosi di mail in sostituzione di una conversazione davanti alla macchina del caffè), e per quali invece la fatica analogica (la disinfezione continua delle mani, la mascherina, l’impaccio nel salutarsi, il timore di risultare invadenti, o troppo freddi)?
Navigando con fatica tra migliaia di dilemmi quotidiani ci troviamo di fronte, inevitabilmente, anche l’opportunità preziosa di ridefinire il valore che hanno per noi i momenti di incontro con gli altri. E, parallelamente, di trovare una strada più realistica, tra tecno-fobia e tecno-entusiasmo. Di trovare, cioè una nuova normalità, che calzi un po’ più a pennello sulle nostre identità, sia fisiche che digitali.

3. Digital detox

Ora, a ridosso dell’estate, ci viene offerta la provvidenziale occasione di disconnetterci, almeno un po’, dalla compagnia costante di smartphone, tablet e pc. Si torna a parlare anche di digital detox, il “digiuno tecnologico” per 24 ore, per un weekend o per una settimana, sulla falsariga della dieta per ritornare in forma dopo le abbuffate invernali. Come per la dieta, però, perché sia davvero salutare valgono le stesse avvertenze.

  • Con quale obiettivo lo sto facendo? Godere di un temporaneo sollievo dal sovrappeso (per poi tornare, con la coscienza a posto, ad ingozzarmi come prima), o re-imparare a nutrirmi in modo più equilibrato?
  • Quale impatto ha sugli altri? Cosa mi aspetto da chi ho vicino? Anche i miei familiari seguiranno la dieta con me, o continueranno ad abbuffarsi mentre io digiuno?
  • Che impatto avrà sulle relazioni che normalmente intrattengo a distanza? Se scopro che a dieta sto meglio, come lo comunicherò e gestirò la relazione con i miei compagni di abbuffate?

In definitiva, il punto forse non è tanto quello di alleggerirsi per un po’ dalla presenza ingombrante dei nostri device, quanto quello di sfruttare le occasioni che abbiamo per recuperare, finalmente, una maggiore saggezza digitale.