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Intervistiamo Sarah Pedrazzi, psicoterapeuta perinatale di Fondazione Guzzetti.

“Lo sport mi ha sempre accompagnata in tutte le fasi della mia crescita, a partire dall’età di tre anni, quando ho iniziato a sciare. Ho praticato tre anni di ginnastica artistica, quattro anni di nuoto, sei anni di tennis, otto anni di pallacanestro e poi d’estate ho sempre partecipato a tornei di beach volley e ping-pong.
Lo sport mi ha permesso di conoscere il mio corpo, i miei limiti, le mie potenzialità, la mia forza e resistenza, ha riempito i pomeriggi della mia quotidianità, mi ha fatto conoscere tantissime persone, coetanei e allenatori, e ho sperimentato la differenza tra gli sport individuali e quelli di squadra.
Non mi sono mai persa una corsa campestre o un gioco sportivo studentesco. Ricordo ancora oggi la gioia di quando insieme a tre mie compagne di classe abbiamo vinto la medaglia d’oro nella staffetta provinciale 4×100 e di quanto fosse elevata la competizione.
Quando ho iniziato l’Università Cattolica di Milano, sono riuscita solo un anno a giocare, allenandomi con la mia squadra di basket di Cremona, dopodiché mi sono data al fitness, alla fit-boxe e a tanti altri vari corsi, innamorandomi dello spinning, che ancora oggi riesco a praticare. Lo sport, insieme al ballo, sono sempre state le mie passioni più grandi”.
LE DIFFERENZE TRA LO SPORT IN ITALIA E NEGLI USA

“Ho vissuto un anno in America, a Phoenix come Exchange student quando avevo 17 anni.
Durante questa esperienza ho capito la differenza culturale sportiva fra gli U.S.A. e l’Italia: in America gli studenti che praticano sport hanno dei crediti extra e sono stimati e sostenuti dai compagni e dai professori.
Entrando a far parte della prima squadra di basket dell’High School, sentii un vero senso di appartenenza e la stima dei miei compagni e dell’intera scuola, anche se ero una straniera e l’ultima arrivata. Lo sport mi ha aiutato ad integrarmi al meglio nel contesto scolastico, facendomi viaggiare in tutto lo Stato dell’Arizona”.
IL BASKIN, UNO SPORT INCLUSIVO PER DISABILI

“Tornata a Cremona, due concittadini stavano sperimentando un gioco innovativo, il Baskin, uno sport inclusivo, in cui giocatori normodotati e disabili giocano insieme in un campo da basket; il primo sport in cui il regolamento si adatta alle abilità della persona, rispettando sia i punti di forza, che le fragilità, un mezzo di valorizzazione e di cultura. Uno sport che unisce solidarietà, volontariato, crea amicizie, divertimento ed è utile per superare i propri limiti, aprendo la visuale su un nuovo mondo psicologico, sociale e affettivo”.

LO SPORT E L’AMORE
“Lo sport ha avuto sempre un’importanza di rilievo nella mia vita, è stato il mio filo conduttore, tanto da farmi conoscere il mio futuro marito a Budapest, ad un torneo internazionale di basket. Lui era un giocatore della squadra dell’Università Cattolica di Milano di basket e tra una partita ed un ballo, una volta tornati a Milano, abbiamo unito e trasformato le nostre vite. Gli ho fatto conoscere subito il Baskin, abbiamo praticato insieme questo meraviglioso sport a Cremona, lo abbiamo diffuso a Milano e allenato insieme una squadra, che ha vinto il primo titolo nazionale”.

ROBERTO ANZIVINO
“Mio marito è lo sport personificato! Si chiama Roberto Anzivino ed è docente dell’Università Cattolica di Milano in “Teoria tecnica e didattica degli sport individuali e di squadra 2” ed allenatore della squadra maschile e femminile; docente presso l’Università di Ostrava della Facoltà di Fisioterapia nel corso di “Educazione fisica e sport”; professore di educazione motoria presso una scuola secondaria di primo grado; coordinatore responsabile del settore di Pallacanestro al San Carlo Sport di Milano; formatore nazionale degli allenatori di Baskin ed è anche un giocatore di basket di serie C, che ha militato fino alla serie B nazionale d’eccellenza”.
LO SPORT E IL LAVORO DI PSICOTERAPEUTA
“Non ho mai avuto dubbi rispetto alla mia passione per la psicologia e una volta diventata psicoterapeuta ho sempre avuto però il desiderio di integrare lo sport nel mio lavoro. L’anno scorso ero combattuta tra il fare un master in sessuologia oppure in psicologia sportiva e alla fine ho scelto di diventare consulente sessuale, perché, lavorando molto con le coppie ed essendo psicologa perinatale, volevo approfondire aspetti ormonali e sessuali dell’individuo”.
MASTER IN MENTAL COACHING SPORTIVO
“Poco tempo fa, mi si è presentata un’occasione inaspettata, perché mi hanno chiesto di fare una docenza riguardo alla sessualità adolescenziale in ambito sportivo. Partirà quindi nella primavera 2021 il Master in Mental Coaching Sportivo, in cui tra l’altro anche mio marito terrà una docenza riguardante la disabilità nello sport. E’ un sogno che si avvera e un cammino che si apre anche in questa direzione”. Per info sul Master, clicca qui.
LO SPORT E IL COVID
“Rispetto alla situazione attuale di sicuro è un duro colpo per i ragazzi non potersi allenare in gruppo. Penso sia fondamentale, in adolescenza soprattutto, avere uno spazio mentale e fisico lontano dalla famiglia, che non sia strutturato da compiti e valutazioni come a scuola, ma dove siano altre le priorità e i mezzi di espressione. È importante imparare a convivere coi propri coetanei, in un ambiente sicuro, in cui vigono sani principi e una sana competizione, per poter strutturare la propria identità, esplorare capacità e potenzialità del proprio corpo, aumentare l’autostima, la consapevolezza e la forza del sé”.

UNA VITA SENZA SPORT
“Vivere una vita senza sport è un vero peccato in generale, ma soprattutto nell’età giovanile, che è caratterizzata da tantissimi cambiamenti fisici, dall’incertezza e dall’instabilità, perché non ci si sente più bambini, ma non si è ancora adulti. Per la crescita è davvero fondamentale sentire di avere un ruolo, un posto in una squadra, un proprio spazio che dia soddisfazioni e che crei continuità in questa trasformazione, in cui si capisce chi si è e in che cosa si può crescere e migliorare. Una vita sedentaria e improntata esclusivamente sui successi scolastici è incompleta se non viene affiancata da una sana attività fisica. Durante la mia adolescenza facevo abitualmente allenamento e poi studiavo, anche di notte piuttosto, in mancanza di tempo, ma almeno avevo scaricato il corpo e potevo concentrarmi meglio con la testa. Questa situazione di arresto generale dovuto al Covid rappresenta un grande shock soprattutto per questa fascia d’età, che per crescere ha bisogno di proiettarsi all’esterno per scoprire il mondo e altre modalità di relazioni e di interazioni”.

CHE COSA RISCHIAMO?
“Il pericolo più grande a lungo termine potrebbe essere l’allontanamento dallo sport in generale. Il fenomeno del drop-out, che normalmente interessa i giovani atleti tra i 13 e i 15 anni, potrebbe aggravarsi con questo provvedimento che porta all’isolamento forzato dei ragazzi. Essi tendono già a rinchiudersi nella loro camera e questo non farà altro che accentuare la loro dipendenza dal cellulare e dai vari dispositivi elettronici, che rappresentano ora l’unico modo per socializzare. È una situazione che a lungo termine favorirà la tendenza al raffreddamento delle relazioni e alla mancanza di spontaneità corporea. Di solito il fenomeno del “drop-out” avviene poiché genitori e professori, con le loro pressioni e le loro aspettative, influenzano i ragazzi, allontanandoli dallo sport, che viene visto come una distrazione dal successo scolastico. Questo confinamento forzato dovuto al Coronavirus potrebbe peggiorare o anticipare questa tendenza. Se ci facciamo fermare mentalmente da questa situazione sarà ancora poi più faticoso ripartire e ricreare un ambiente sano e costruttivo, socializzante e di crescita fisica e psicologica. Spero che i genitori e la società possano riscoprire l’importanza di investire tempo, energie e fatica nello sport, perché si tratta di un investimento a lungo termine”.
ATTIVITA’ SPORTIVA IN PRESENZA
“Ho apprezzato il fatto che palestre e società sportive si siano adattate con tanto impegno e buona volontà per dare continuità e sicurezza allo svolgimento dell’attività sportiva in presenza. Peccato per la chiusura completa. Anche se distanti e se dimezzato/annullato il tempo negli spogliatoi, ritrovarsi nella stessa palestra o in un parco, aiuta a mantenere quell’impegno extra nella vita di tutti i giorni, arricchendo la quotidianità. Frequentare più gruppi inoltre significa conoscere più persone e, soprattutto in un momento come questo, avere più risorse e possibilità di vedere e cogliere la complessità della vita, di condividere emozioni e di sentirsi meno soli”.

SARAH PEDRAZZI

CONCLUSIONE
“Penso che sia fondamentale resistere e trovare un adattamento creativo per continuare a fare sport e le proprie attività anche se con modalità differenti.
La tecnologia, in questa situazione, ci ha davvero salvato: ho raccolto tantissime esperienze positive di adulti, ragazzi e bambini che riescono a frequentare gli allenamenti con la propria squadra da remoto, oppure seguendo corsi online della propria disciplina sportiva.
Un esempio di questo adattamento è il caso della squadra di minibasket di mio figlio, che sta organizzando sedute di allenamento interattive, che coinvolgono sia compagni di squadra, che fratelli e genitori collegati direttamente dalle loro case. È una bella condivisione del tempo, in cui il gruppo continua a sentirsi unito e che avvicina anche il mondo degli allenatori a quello dei genitori, facendo veramente da ponte tra casa e società.
Questa esperienza per i più piccoli aiuta i genitori ad avere dei modelli a cui ispirarsi per poter giocare con i propri figli. Si impara così come ci si può divertire anche con poco (un cuscino, un asciugamano, una sedia) e ci si rende conto di come siano bravi i bambini nel rispettare le regole, quando papà e mamma dedicano loro del tempo di qualità.
Allenamenti online, cimentarsi in nuove discipline sportive facendosi incuriosire dalle tantissime proposte in rete, correre o camminare all’aria aperta, mantenendo la dovuta distanza di sicurezza, rappresentano le varie possibilità che ci permettono di adattarsi alla grave situazione attuale senza perdere un rapporto sano con lo sport.
La cosa importante adesso è non mollare, non chiudersi in se stessi, non perdere tempo a lamentarsi, ma continuare ad esplorare, allenarsi e tenersi in movimento.
In questo periodo così surreale queste attività che si possono fare in totale sicurezza sono da incentivare, perché abbiamo bisogno di buone routine, di spazi di condivisione per crescere insieme, di coltivare la solidarietà umana e di percepire sempre più l’unità tra corpo e mente”.