

Oggi incontriamo Ilaria Nascente, pedagogista di Fondazione Guzzetti. Ilaria, partiamo dal tuo percorso: come ti sei formata e quali competenze hai sviluppato nel tempo?
Ho studiato Scienze dell’Educazione, completando la laurea magistrale, ma successivamente avevo la sensazione di aver bisogno di continuare a formarmi. Così ho seguito diversi corsi, in particolare nell’ambito giuridico e della progettazione pedagogica in Università Cattolica. Una parte fondamentale della mia crescita professionale è stata il triennio al CPP di Piacenza con Daniele Novara, dove mi sono specializzata nella gestione dei conflitti. Accanto a questo, un’altra formazione per me molto importante è stata quella in teatro sociale: oggi sono conduttrice di teatro sociale e utilizzo questa competenza nel mio lavoro con bambini e ragazzi.
Prima di entrare in Fondazione Guzzetti hai lavorato in contesti molto delicati. Ce li racconti?
Ho lavorato diversi anni in comunità: prima con bambini vittime di maltrattamento e abuso, poi in comunità mamma/bambino con donne e figli spesso vittime di violenza. È stato un lavoro intenso, che mi ha dato tanto, ma a un certo punto ho sentito il desiderio di cambiare e di cercare un contesto diverso. Una collega era entrata a far parte del consultorio Restelli e, incuriosita, nel 2016 ho inviato il mio curriculum. Mi ha risposto Cristina Cesana e dopo un colloquio ho iniziato a collaborare a gennaio 2017.

Ilaria Nascente
In Fondazione Guzzetti ti occupi principalmente di scuola. In che modo?
Lavoro esclusivamente nelle scuole, non in ambito clinico. Realizzo progetti di prevenzione nelle scuole primarie e secondarie: parliamo di affettività, emozioni, bullismo, gestione dei conflitti, uso consapevole dei social. Una delle ricchezze del mio lavoro è poter incontrare tantissimi bambini e ragazzi di quartieri molto diversi di Milano, dal centro alla periferia. Questo mi permette di toccare con mano bisogni differenti e di mantenere uno sguardo aperto. Ciò che i ragazzi raccontano è prezioso: sono finestre sulle loro vite, a volte molto diverse tra loro e sulla nostra società.
Qual è il valore aggiunto di Fondazione Guzzetti in relazione alle scuole?
Le scuole sanno che, in caso di necessità, possono contare su professionisti del consultorio. Questo è un valore aggiunto enorme. Un altro aspetto importante è la continuità: spesso torniamo nelle stesse classi negli anni successivi e possiamo conoscere i ragazzi mentre crescono. Questo crea fiducia, alleanza con i docenti e permette interventi più efficaci. Il lavoro delle scuole è complesso: la sfida è quella di fare squadra con insegnanti e genitori, che coinvolgiamo durante i nostri percorsi, per il benessere emotivo e relazionale dei ragazzi e delle ragazze.
Che cosa osservi oggi tra i ragazzi delle diverse zone di Milano?
Una grande differenza di contesti e modelli familiari con progetti educativi differenti. Eppure c’è qualcosa che accomuna i ragazzi in quest’epoca: un’ansia di fondo, la paura di non essere abbastanza, di non essere all’altezza delle aspettative degli adulti, o di pesare sui genitori — che siano molto presenti o più distanti. È un’ansia che fa parte della crescita, ma oggi è molto accentuata dalla fragilità di noi adulti e non sempre trova modo di essere accolta in modo solido.
Come si affronta questa complessità in classe? Qual è il tuo metodo?
Nelle classi lo sguardo educativo è incentrato sulle dinamiche di gruppo. Proponiamo progetti che permettono ai ragazzi di attivare risorse personali per imparare a stare bene insieme: li aiutiamo a riconoscere come stanno, quali emozioni li abitano, a sviluppare empatia e a trovare strategie per stare meglio nella relazione con i pari. Il nostro approccio si fonda sull’alfabetizzazione emotiva: fermarsi, ascoltarsi, capire come ci si sente, prima di “fare”.Vogliamo trasmettere l’idea di competenza: che i ragazzi possono farcela e che hanno già in sé molte risorse.
Quando le situazioni diventano più complesse, come interviene la rete consultoriale?
Capita di attivare il consultorio per casi particolarmente delicati: un lutto familiare, difficoltà importanti, situazioni che richiedono un sostegno strutturato per il ragazzo o per un genitore.
La rete funziona molto bene: sapere che c’è un luogo sicuro dove poter parlare fa una differenza enorme. Negli ultimi anni vediamo aumentare problematiche come i disturbi del comportamento alimentare o l’autolesionismo: forme di lotta contro se stessi e il proprio corpo che sono purtroppo molto presenti.
Come fai a “raggiungere” ragazzi molto diversi tra loro?
È una sfida costante. In alcune classi ci sono ragazzi appena arrivati in Italia, che non parlano ancora la lingua, in molte, ragazzi con difficoltà emotive e relazionali. In altre ancora giovani con buone capacità cognitive e competenze avanzate. La domanda è: come fare prevenzione con tutti? La risposta, nel mio caso, è utilizzare anche le tecniche attive mutuate dal teatro. Uso il teatro sociale e le attivazioni teatrali nei progetti PES: il corpo è centrale nell’apprendimento e nella relazione con gli altri, il linguaggio non verbale permette a ogni ragazzo di esprimersi. Togliere i banchi, creare uno spazio aperto, farli diventare protagonisti: questo li coinvolge, li apre, li mette in relazione. L’espressione corporea rende il lavoro più universale, più accessibile, più vero.
In conclusione, cosa senti come “missione” del tuo lavoro?
Arrivare ai ragazzi significa ascoltare, proporre strumenti, attivare reti virtuose. Quando la prevenzione funziona, non parla solo a un pezzo della classe, ma riesce a includere tutti. E ogni volta che un ragazzo riesce a riconoscere una sua risorsa, a raccontarsi, a sentirsi competente… sappiamo che stiamo andando nella direzione giusta.