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Intervista a Lidia Porri – «Le fragilità cambiano, ma il consultorio resta un punto di riferimento»

Lidia Porri si è laureata in Psicologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e, dopo la laurea, è rimasta a lavorare nell’ambiente universitario approfondendo il tema della gestione dello stress di coppia in collaborazione con l’Università di Friburgo (CH). Nel 2002 ha conseguito un Master in Mediazione Familiare, acquisendo fin da allora una doppia identità professionale. Si è appassionata all’approccio sistemico-relazionale e ha frequentato la scuola di specializzazione in questo ambito. Nel corso degli anni però ha continuato a formarsi, acquisendo competenze in diversi settori, tra cui la coordinazione genitoriale e la psicologia giuridica.

Una formazione molto articolata, Lidia…

Sì, questo mi permette di affrontare le situazioni da prospettive differenti.

In tutto questo, quando è iniziata la tua esperienza nei consultori?

Parallelamente all’attività nello studio privato, ho scelto di entrare nel mondo dei consultori anche per far conoscere la mediazione familiare, che all’epoca era ancora poco diffusa. Sono stata tra le prime operatrici a occuparmi di questo servizio. Dal 2004 lavoro stabilmente al Consultorio Boifava, al quale sono rimasta molto legata. Qui ho potuto seguire da vicino tutta l’evoluzione dei servizi e dei modelli organizzativi, diventando parte del cambiamento.

Che cosa ti ha spinta a rimanere nel consultorio per tanti anni?

Mi ha sempre affascinato il lavoro consultoriale perché permette di incontrare una casistica estremamente varia e complessa. Ci si confronta con situazioni inviate dal Tribunale, dai servizi sociali, con persone che spesso vivono grandi difficoltà economiche e relazionali. Lavorare soprattutto nelle periferie significa essere a contatto con chi ha maggiormente bisogno di sostegno e, spesso, non avrebbe altre possibilità di accedere a un aiuto psicologico. Per me è anche una scelta etica: una parte del mio tempo desidero dedicarla al servizio pubblico.

Di cosa ti occupi oggi all’interno del consultorio?

Svolgo attività clinica di sostegno psicologico individuale, di coppia e familiare, oltre alla mediazione familiare. Conduco percorsi di gruppo, come quelli dedicati ai genitori separati, agli anziani, ai fidanzati o all’educazione alimentare. Nel tempo abbiamo sempre cercato di adattare le attività alle esigenze emergenti.

Ad esempio?

Durante il periodo del Covid abbiamo modificato modalità e strumenti di intervento per continuare a rispondere ai bisogni delle persone.

Come è cambiato il lavoro nel consultorio in questi anni?

Ho visto trasformarsi profondamente sia i servizi sia il modo di lavorare. Uno dei punti di forza è sempre stato il confronto tra colleghi: pur cambiando alcune persone, la squadra è rimasta molto coesa e lo scambio professionale è sempre stato ricco. Questa crescita reciproca ha rappresentato una risorsa fondamentale. Credo che il miglioramento sia stato possibile grazie alla flessibilità, alla capacità di adattarsi ai cambiamenti del contesto e alle nuove normative. Oggi i percorsi sono più facilmente accessibili e il lavoro di équipe è ancora più efficace.

Ci sono anche aspetti che hanno reso il lavoro più complesso?

Più che il consultorio in sé, è cambiato il contesto. Soprattutto, sono cambiate le richieste delle persone. In qualità di mediatrice familiare ed esperta di psicologia giuridica vedo arrivare sempre più coppie altamente conflittuali: un tempo erano situazioni occasionali, oggi sono molto frequenti. La complessità dei casi è aumentata e spesso richiede percorsi più lunghi, il coinvolgimento di più professionisti e un intenso lavoro di rete.


Lidia Porri

 

Quali sono oggi le fragilità che incontra più spesso?

Le situazioni di difficoltà sono davvero numerose. Incontro anziani che vivono condizioni di isolamento o disagio, persone con gravi malattie o disabilità, adolescenti che portano ancora le conseguenze della pandemia, coppie in forte crisi e situazioni di violenza. Le problematiche sono spesso complesse e si trascinano nel tempo. Proprio questa varietà rende il lavoro consultoriale estremamente stimolante e, allo stesso tempo, molto impegnativo.

Quali sfide attendono i consultori nei prossimi anni, secondo te?

La sfida principale sarà trovare un equilibrio tra i bisogni crescenti del territorio e le risorse disponibili. Serviranno investimenti economici e capacità di reperire nuove risorse, anche attraverso il fundraising, per continuare a rispondere efficacemente alle situazioni più complesse e garantire interventi adeguati.

Oltre all’attività nei consultori, ti occupi anche di un ambito molto particolare. Ti va di raccontarci?

Sì, è la psicologia subacquea. Si tratta di un settore nel quale applico le competenze psicologiche alla gestione delle emozioni e delle relazioni durante l’attività subacquea. Collaboro con un diving all’Isola d’Elba: mi occupo della parte teorica della formazione, mentre la parte pratica si svolge in acqua. Anche in questo ambito ritrovo il valore dell’interdisciplinarità che caratterizza il lavoro consultoriale.

Utilizzi spesso anche il disegno come strumento clinico. In quali situazioni?

Da sempre seguo bambini e adolescenti attraverso un utilizzo mirato del disegno e dell’immagine. È uno strumento che permette di comunicare simbolicamente emozioni e vissuti che, soprattutto nei più giovani, non sempre riescono a essere espressi a parole. Si può utilizzare in diversi contesti terapeutici, ma con ragazzi e adolescenti si rivela particolarmente efficace perché consente di andare oltre il linguaggio verbale e di comprendere meglio il loro mondo emotivo.