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Intervista a Claudia Mattei – “Il mio papà: il mio attaccamento sicuro”

Oggi incontriamo Claudia Mattei, psicologa psicoterapeuta, tra le operatrici storiche del consultorio Boifava di Fondazione Guzzetti.

Claudia, da dove nasce il tuo desiderio di diventare psicologa?

Credo che tutto abbia avuto origine nella mia famiglia. Due figure hanno inciso profondamente nella mia vita: mio papà e mia nonna.

Raccontaci…
Mia nonna era una donna molto semplice. Aveva soltanto la quinta elementare e faceva la sarta, cuciva camicie. Eppure possedeva una saggezza rara. In lei mi rifugiavo quando avevo bisogno di piangere, di sentirmi ascoltata, vezzeggiata. Era capace di un ascolto attivo, amorevole, mi faceva sentire davvero compresa e amabile. È stata lei, in qualche modo, a mettere il primo seme della mia professione.
E il tuo papà?

Sai, tra colleghi parliamo spesso dell’attaccamento di Bowlby dei nostri pazienti, elemento fondamentale per le valutazioni… E io ho avuto la fortuna di averlo con il mio papà un “attaccamento sicuro” dove amore, cura e protezione ti arriva con naturalezza e spontaneità. Quando comprendi il valore di questo imprinting, non puoi non cercare di replicarlo e farlo conoscere a chi non lo ha mai sentito nella vita. A lui ho promesso che lo avrei condiviso con le persone e che avrei dedicato la mia vita a coloro che fanno più fatica.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che avresti lavorato nell’ambito della cura?

Sì, alle scuole elementari. Avevo un compagno di classe con sindrome di Down, Massimiliano. La maestra decise di affidarlo proprio a me durante molte attività e io iniziai spontaneamente a prendermi cura di lui. Credo che sia stato il primo vero incontro con quella parte di me che desiderava aiutare gli altri.

Come è proseguito il tuo percorso di formazione?

Mi sono laureata all’Università di Padova in Psicologia dell’età evolutiva. Il mio desiderio era lavorare con i bambini con disabilità e la mia tesi di Psichiatria riguardava la sindrome di Rett, una rara patologia neurologica che colpisce soprattutto le bambine. Durante l’università tuttavia ho iniziato un’esperienza clinica con adulti psichiatrici presso la Associazione AIUTIAMOLI, imparando a stare a contatto con la traumatizzazione e la vulnerabilità delle persone afflitte da psicopatologie. Nel frattempo l’interesse per i minori proseguiva in ambito scolastico come psicologa nelle scuole elementari, dove seguivo insegnanti e genitori.

E poi hai fatto un’esperienza molto particolare…

Sì, quella a Telefono Azzurro, che mi ha formato nel campo dell’abuso e maltrattamento. Lì ho iniziato come operatrice sulla linea dedicata ai bambini, adolescenti e adulti e poi sono diventata Coordinatrice degli operatori e dei volontari. Era un lavoro molto intenso, incentrato sia sulla formazione ma soprattutto sulla gestione delle emergenze e delle urgenze, esperienza che mi ha fatto entrare profondamente in contatto con il tema del trauma.

Ti va di ricordarla?

Il terremoto del Molise del 2002. Con un gruppo di colleghe abbiamo gestito un centro di coordinamento dell’emergenza a Campobasso, dopo il crollo della scuola elementare di San Giuliano di Puglia. Durante quel periodo ebbi anche un incidente stradale. Fu proprio lì che incontrai Isabel Fernandez, allora già punto di riferimento dell’EMDR in Italia. Si trovava in Molise per aiutare le persone colpite dal terremoto a elaborare il trauma e seguì anche me dopo l’incidente. Quell’incontro ha cambiato la mia vita professionale.

Cioè?

Mi sono appassionata all’EMDR, mi sono formata e oggi sono terapeuta esperta “practitioner” in questa metodologia. Attualmente sono anche responsabile, per Fondazione Guzzetti, del coordinamento con la Associazione EMDR.


Claudia Mattei

E infine è arrivato il consultorio…

Sì, nel 2004 sono entrata al Consultorio Boifava. Ho conosciuto la dottoressa Gini, che allora era la coordinatrice, insieme al direttore Gorini. All’inizio seguivo soprattutto famiglie con bambini. Poi, con il tempo, mi sono appassionata sempre di più al lavoro con gli adulti e con le coppie.

Anche la maternità ha influenzato il tuo modo di lavorare?

Moltissimo. Diventare mamma ha aumentato ulteriormente la mia sensibilità verso i bambini. Mi rendevo conto di essere forse troppo coinvolta emotivamente e di faticare a mantenere quella distanza terapeutica necessaria. Così ho scelto di dedicarmi prevalentemente agli adulti. Oggi seguo persone dai vent’anni in su.

Quali sono le difficoltà che incontri più frequentemente oggi?

Negli ultimi anni ho visto aumentare in modo esponenziale la psicopatologia. Seguo molti pazienti con disturbi post-traumatici e dissociativi, situazioni spesso molto complesse. In questi casi, dieci o venti colloqui rappresentano soltanto una piccola parte di un percorso di cura molto più lungo. Tuttavia cerco sempre di offrire fin da subito strumenti concreti che possano essere utili nella quotidianità. Anche se una persona non prosegue la terapia, è importante che esca dai primi incontri con alcuni punti di riferimento. Dedico molto tempo alla psicoeducazione: nei primi tre o quattro colloqui aiuto la persona a comprendere il proprio malessere, a dare un’immagine a volte, un significato a quello sta vivendo e alle emozioni/sintomi provati.

Ci parlavi di disturbi post-traumatici… Ma è così frequente il trauma nelle persone?

Molti pensano che il trauma coincida necessariamente con eventi estremi come violenze o incidenti. In realtà esistono anche i traumi relazionali. Una persona può dirmi: “Non sono mai stato picchiato, non ho subito abusi. Perché sto così male?”. La risposta è che la nostra mente, spesso, riesce a elaborare meglio un evento traumatico unico e circoscritto rispetto a una continua esperienza di incuria, umiliazione, svalutazione o mancanza di riconoscimento emotivo. Sono proprio questi traumi relazionali, legati spesso a un attaccamento insicuro, o disorganizzato a lasciare ferite molto profonde.
Ti capita di incontrare persone che hanno perso completamente la speranza?

Sì, purtroppo sì.

E come si fa?

In alcuni casi il primo obiettivo non è risolvere subito il problema, ma semplicemente fare compagnia alla persona mentre attraversa quel momento di disperazione, aspettando insieme che possa emergere una strada percorribile. Ho però imparato una cosa importante: le persone possiedono molte più risorse di quanto credano. Noi terapeuti possiamo aiutarle a ritrovarle.

Anche la professione dello psicologo è cambiata?

Sicuramente. Le persone oggi sono molto più informate e competenti rispetto al passato e questo richiede anche a noi professionisti una formazione aggiornata e continua. Ad esempio, ormai quasi tutti i miei colleghi in Boifava hanno una formazione in EMDR, segno di quanto sia diventato fondamentale lavorare sui traumi.

Cosa servirebbe oggi ai consultori per rispondere meglio ai bisogni delle persone?

Le richieste sono aumentate moltissimo e il numero dei colloqui che possiamo offrire spesso non è sufficiente. La vera sfida è riuscire a garantire prese in carico più lunghe e continuative. Sarebbe fondamentale avere uno psichiatra interno al consultorio, migliorare il lavoro di rete con la psichiatria, disporre di maggiori fondi per attivare più percorsi e gruppi, poter contare sulla presenza stabile di un pediatra e costruire un’équipe specializzata sul maltrattamento. Sono risorse indispensabili per rispondere ai bisogni sempre più complessi delle persone che incontriamo ogni giorno.

Perché continui a lavorare in consultorio? Che cosa ti tiene agganciata?

Il consultorio rappresenta qualcosa di speciale. L’ambiente di lavoro è straordinario. Ho colleghi che stimo profondamente, con i quali è molto utile e piacevole la condivisione e il confronto sui casi clinici… c’è dialogo, collaborazione e desiderio di crescere insieme. C’è poi una motivazione ancora più profonda. Quando mio papà è morto gli ho promesso che una parte della mia vita sarebbe stata dedicata alle persone che non possono permettersi una terapia privata. È una promessa che continuo a mantenere ogni giorno.