

Oggi incontriamo Simone Bruno, psicologo psicoterapeuta del consultorio Sant’Antonio di Fondazione Guzzetti. Partiamo dall’inizio, Simone: ci racconti che tipo di formazione hai avuto?
Innanzitutto grazie per questa opportunità. La mia formazione è stata piuttosto variegata: ho iniziato a lavorare come educatore professionale, accompagnando per diversi anni persone con disabilità, sia pluriminorate sia con problematiche psichiatriche. Proprio in questo secondo ambito è nata la mia passione per la psicologia. Ho quindi proseguito con una laurea in Psicologia clinica delle relazioni familiari e un dottorato in Psicologia della comunicazione.
E come hai conosciuto Fondazione Guzzetti?
Durante il tirocinio. Fondazione Guzzetti è una realtà che mi ha colpito profondamente per la competenza e la motivazione dei professionisti. È lì che ho scelto di specializzarmi in psicoterapia analitico-transazionale, un approccio che sentivo particolarmente completo rispetto al mio percorso.
Con una formazione così ampia potresti lavorare ovunque. Perché scegli ogni giorno il consultorio?
Perché è un luogo in cui mi sento a casa, sia professionalmente sia umanamente. È un ambiente che mi ha permesso di crescere come psicologo e psicoterapeuta, ma anche come persona. Fin da tirocinante ho trovato un clima di grande apertura e collaborazione, con colleghi disponibili a formare e a trattarti alla pari. Questo ha fatto la differenza: è diventato un luogo familiare, dove anche le mie ambizioni hanno trovato uno spazio di accoglienza.
Ti è mai capitato di essere il tutor di qualche tirocinante?
Sì, ed è stata un’esperienza intensa. All’inizio ero molto incerto: mi chiedevo se fossi all’altezza. Poi ho capito che era possibile grazie all’esperienza accumulata nel tempo, sia come terapeuta sia come allievo. Io e la mia collega tirocinante abbiamo preso in carico insieme una famiglia e poi una coppia, ed è stato molto significativo osservare il lavoro condiviso tra terapeuti. È stata un’esperienza complessa, ma anche molto emozionante.
Chi incontri principalmente nel tuo lavoro?
Seguo diverse tipologie di casi, ma in particolare accolgo coppie e giovani adulti, che rappresentano la maggior parte dei miei pazienti.
Come stanno oggi i giovani adulti, a distanza di anni dalla pandemia?
È un tema che mi tocca molto. Vedo ancora gli effetti di quello che è successo tra il 2020 e il 2022, soprattutto su due fronti. Il primo riguarda le relazioni: oggi emergono nuove modalità di stringere legami, come per esempio le situationship (“stare in una situazione indefinita senza impegni e progetti), e un uso sempre più diffuso delle app di incontri, che tendono a rendere i legami più “superficiali”, gestiti solo da un algoritmo. Il secondo riguarda l’identità: molti giovani fanno fatica a definirsi, a sentirsi realizzati e a trovare il proprio posto nel mondo. Spesso entrano in una sorta di sospensione, accompagnata da procrastinazione e difficoltà emotive legate ad ansia e depressione.
E le coppie?
Le coppie, in buona parte dei casi, portano due grandi criticità. La prima è la difficoltà a vivere la crisi come un’opportunità di crescita: viene percepita come un blocco che mette in discussione l’intero legame. La seconda riguarda l’equilibrio tra “io” e “noi”: oggi vedo molta fatica a costruire un’identità di coppia, con il rischio di far prevalere gli interessi individuali. Un altro momento critico è quando i figli lasciano casa: molte coppie si accorgono di non aver coltivato il proprio rapporto proprio in quel passaggio. Questo porta spesso ai cosiddetti “divorzi grigi”, dopo i 65 anni.
Mi sembra di poter notare una connessione tra queste coppie e i giovani adulti…
Vedi bene: spesso sono fenomeni speculari. I giovani adulti rimangono più a lungo nella famiglia d’origine, dove stanno bene, ma rimandano responsabilità e autonomia. Questo si riflette poi anche nelle loro relazioni e nel lavoro.
Qual è oggi l’urgenza principale nei consultori?
Direi adolescenti e giovani adulti. È una priorità condivisa anche in équipe. Dal punto di vista clinico, i disturbi più diffusi sono ansia e depressione. Ma stiamo vedendo anche un aumento di situazioni più complesse, come disturbi borderline o quadri con componenti psicotiche. Inoltre, crescono fenomeni come autolesionismo, pensieri ossessivi e tentativi di suicidio, soprattutto tra i più giovani.
Chi sta bene oggi? Esiste un “identikit”?
È una domanda difficile e non è affatto semplice trovare una risposta sensata. Credo che stia bene chi riesce a mantenere un contatto realistico con il mondo senza esserne sopraffatto. Chi riesce a integrare le difficoltà senza negarle, ma allo stesso tempo a riconoscere anche gli aspetti positivi della vita. È una sorta di equilibrio tra consapevolezza e speranza.
Guardando al futuro: come ti immagini tra tre o cinque anni?
Mi auguro di continuare su due fronti. Il primo è quello clinico, approfondendo sempre di più il mio lavoro come terapeuta. Il secondo è quello formativo: collaboro con l’Università Cattolica e con altri enti per percorsi di supporto alle coppie e alle famiglie. Inoltre insegno Psicologia della comunicazione sociale e dinamiche di gruppo all’Università Salesiana di Roma, un’esperienza molto arricchente. Qui incontro giovani tra i 21 e i 23 anni, provenienti da tutta Italia, che dimostrano di avere grande energia e passione. Questo mi ha portato a rendere i miei corsi più dinamici e concreti.
Cioè?
Ho introdotto un “patto formativo” con gli studenti (teoria e pratica alternate, partendo dalla vita quotidiana) e ho visto che, se coinvolti davvero, i giovani rispondono con responsabilità e impegno.
Quindi c’è speranza?
Sì, assolutamente. I giovani hanno un grande potenziale tutto da scoprire: se agganciati dal punto di vista relazionale, possono crescere e svilupparsi in modo sorprendente.