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Intervista a Ilaria Galbiati – Puntiamo insieme sulla prevenzione

Oggi incontriamo Ilaria Galbiati, psicologa e psicoterapeuta del consultorio Kolbe.

Ilaria, come hai deciso di fare la psicologa?

È un’idea che ho sempre avuto, incredibilmente sin da piccola. Il papà di una mia compagna delle elementari faceva questo mestiere e mi piaceva. In adolescenza, durante le superiori, ho vissuto una vacanza estiva con educatori molto attenti alla comunicazione, all’ascolto dei ragazzi, alla parte psicologica della relazione. Ricordo di aver detto: “Io voglio fare questo nella vita”.

Idee molto chiare. Quindi scelta dell’università molto semplice…

Sì, sono andata a Milano in Università Cattolica. Ho frequentato il percorso di cinque anni (3+2) con la specializzazione in psicologia clinica. In quegli anni inoltre ho anche incontrato per la prima volta la pratica meditativa della tradizione zen di Thich Nhat Hanh, dimensione spirituale che tutt’oggi coltivo ed integro nel mio lavoro, soprattutto attraverso la conduzione di gruppi basati sulla Mindfulness. Dopo l’esame di Stato ho deciso di prendermi un anno sabbatico…

Come mai?

Mi sentivo insofferente rispetto all’idea di fare tutti gli step canonici, come se avessi bisogno di non sentirmi obbligata. Ho messo in discussione quasi tutto e sono partita per un’esperienza di volontariato in Perù con “Psicologi senza frontiere”.

E come è andata?

È stato molto arricchente dal punto di vista umano e culturale e devo dire che una volta conclusa l’esperienza mi sentivo riappacificata rispetto alla direzione da seguire, sono tornata a Milano e mi sono iscritta alla scuola di psicoterapia sistemica Mara Selvini Palazzoli.

Come incontri il consultorio?

Facevo tirocinio in un contesto che non mi soddisfaceva, quindi ho chiesto consiglio ai miei docenti: mi hanno suggerito di rivolgermi al consultorio Kolbe e qui sono stata accolta come tirocinante. Era il 2016. Ero molto contenta, perché finalmente potevo fare quello che desideravo da tempo. Purtroppo però alla fine del tirocinio non c’è stata la possibilità di restare come operatrice.

Che cosa hai fatto?

Ho proseguito a lavorare come educatrice, prima in comunità per adolescenti, poi in contesti domiciliari e scolastici, intanto piano piano crescevo con la psicoterapia privata fino a farla diventare l’unica attività. Nel frattempo nel 2020 ho avuto una bimba e dopo un anno, proprio quando stava per iniziare il nido, ricevo una chiamata da Cristina Cesana, direttrice del consultorio Kolbe. Si era modificato l’organico e c’era spazio per me. Ho detto subito di sì. Il consultorio è davvero un bel posto dove lavorare.


Ilaria Galbiati

Che cosa ti piace di più?

Lavorare in equipe e con i servizi del territorio. Quindi molta connessione e relazione con colleghe e colleghi che invece è un aspetto poco presente nella psicoterapia privata, contesto professionale molto più solitario. Un aspetto pratico, ma per nulla scontato, è che non è necessario impegnarsi per trovare utenti o pazienti. È gratificante il fatto di avere sempre richiesta, dato che il servizio è pubblico. Poi c’è l’aspetto più romantico: amo lavorare in un luogo dove gli utenti non pagano.

Perché lo ritieni romantico?

Perché mi fa sentire che è giusto così. Quando ero giovane, con un’amica, sognavamo di lavorare privatamente per chi se lo poteva permettere e gratuitamente per tutti coloro che ne avessero avuto bisogno ma non ne avessero avuto le possibilità economiche.

Coglievi sin da giovane quello di cui si parla molto al giorno d’oggi: la psicoterapia spesso ha dei costi inaccessibili ai più…

Sì, credo molto nel valore della psicoterapia gratuita. È una direzione dove vorrei che andassimo: la collettività ha bisogno di arrivare lì.

Il periodo del Covid però ha sdoganato molto la psicoterapia, come luogo dove farsi aiutare e sentirsi accompagnati senza vergogna…

Sì, è vero. Se c’è un aspetto positivo di quel periodo, senza dubbio, è l’inizio di un processo di facile accesso a discorsi relativi alla salute mentale.

A cosa credi sia da attribuire?

Diversi aspetti intrecciati tra loro: il trauma e le fatiche psicologiche a cui ci ha esposto il Covid hanno contribuito a rendere ognuno di noi più consapevole delle nostre vulnerabilità, e solo quando sono consapevole di una fragilità posso iniziare a prendermene cura. A questo si è associato l’utilizzo massiccio dei social, che tra i vari risvolti, positivi e negativi, ha anche contribuito notevolmente alla diffusione di una cultura sulla salute mentale dei più giovani e di riflesso anche degli adulti.

Il consultorio Kolbe fa parte di Fondazione Guzzetti, che è una realtà sempre più grande, ormai. Che cosa sogni per la Fondazione?

Dal mio punto di vista, tra tutte le priorità, credo sia impportante puntare alla prevenzione.
Per prevenzione intendo la diffusione di una cultura attenta all’ igiene mentale e relazionale, munirci, come collettività, di nuove abitudini in famiglia, a scuola, nella comunità tutta.  So che altri consultori sono già molto attivi nelle attività scolastiche per esempio. Io vorrei che tutti insieme marciassimo in quella direzione. Entrare quindi nelle scuole, organizzare gruppi, per giovani ma non solo, in cui diffondere pratiche e strumenti di ascolto, condivisione, gestione delle emozioni e delle relazioni. Qualcuno diceva: “Quando arriva in tempo si chiama educazione, quando arriva tardi si chiama psicoterapia”. Sogno quindi che la Fondazione possa diventare sempre più forte in entrambe queste direzioni: educazione/prevenzione e terapia.