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Intervista a Marta Baschirotto – “La mia passione per il viaggio? Ora giro il mondo attraverso le storie dei miei pazienti”

Oggi incontriamo Marta Baschirotto, psicologa psicoterapeuta del consultorio Restelli.

“Mi sono laureata in Psicologia all’università di Padova. La scelta della facoltà non è stata immediata. Provengo da una famiglia di ingegneri ed economisti e fino all’ultimo non avevo un’idea chiara sul mio percorso”.

Eppure qualcuno ci aveva visto lungo…

Sì, una mia professoressa del liceo mi fece notare la mia naturale predisposizione ad aiutare gli altri. Negli anni del liceo facevo anche volontariato in ospedale: ero sempre immersa nelle dinamiche umane, non per mettermi al centro, ma perché mi veniva spontaneo.

Perché hai scelto proprio Padova per l’università?

Ho vissuto con la mia famiglia sul lago d’Iseo dai 5 ai 18 anni. Tra le varie opzioni universitarie, Padova era molto quotata. Scelsi l’indirizzo clinico di comunità. E al quarto anno partii per un Erasmus in Portogallo presso l’Università di Coimbra, un’esperienza formativa sia dal punto di vista umano che clinico.

Che tipo di ambiente hai trovato?

L’approccio alle materie era diverso: più attività pratiche, più spazio alla relazione. La mia tesi di laurea ebbe un taglio antropologico e riguardava il Mozambico, ex colonia portoghese. In Portogallo ho incontrato molti studenti provenienti da ex- colonie tra cui il Mozambico, e rimasi colpita e incuriosita dall’impatto del sistema coloniale soprattutto nell’ambito educativo e nella struttura delle scuole.


Marta Baschirotto

Finita l’università, che cosa hai deciso di fare?

Volevo fare un tirocinio in una comunità per il recupero dalle tossicodipendenze. Andai a Venezia, nella cooperativa sociale Villa Renata. Lavorai a un progetto di ricerca finanziato dall’Unione Europea  sulla prevenzione dell’uso di sostanze tra giovani e mamme con figli piccoli, in collaborazione con diversi enti ed Università europee. La possibilità di viaggiare e incontrare esperti internazionali alimentò ancora di più la mia passione per il confronto tra culture.

E la scuola di psicoterapia?

In quel periodo non avevo ancora idea di intraprendere una scuola di psicoterapia. Ho continuato invece a dedicarmi ai progetti di cooperazione internazionale: ho trascorso nove mesi in una comunità mamma–bambino vicino a San Paolo, in Brasile; ho partecipato a interventi nei campi profughi in Bosnia-Erzegovina; e ho lavorato come psicologa volontaria in una comunità per bambini in Giamaica, per osservare lo sviluppo infantile in contesti molto diversi dal nostro, spesso nelle periferie delle città.

Una vita sempre in viaggio. Eri alla ricerca di qualcosa in particolare?

Non saprei. Credo che il viaggio semplicemente facesse parte di come ero, e di come sono tuttora. Ad ogni modo, una volta tornata in Italia, mi sono trovata davanti alla scelta se partire per il Nepal per quattro anni. Proprio allora, però, un’amica mi parlò della scuola di specializzazione in psicoterapia transculturale a Milano. Sentii che avevo bisogno di mettere una radice formativa e alla fine decisi di restare.

E come è andata?

Durante gli anni della specializzazione mi sono ambientata completamente a Milano. Fu anche il periodo in cui incontrai Chiara Canzi, storica operatrice del consultorio Restelli di Fondazione Guzzetti, e conobbi quello che sarebbe diventato mio marito: lui, molto radicato e allora poco incline ai viaggi lontani, rappresentava una radice complementare alla mia. Nel tempo ho imparato ad apprezzarlo molto.

Il lavoro di psicoterapeuta, dopotutto, richiede una grande capacità di “restare”. Come fai oggi a domare il tuo desiderio di viaggiare?

Oggi viaggio in modo diverso: attraverso i pazienti. Nelle terapie porto una curiosità profonda, il desiderio di capire insieme quale strada percorrere. Sento davvero che il paziente è il mio maestro (storica citazione della nostra professoressa Rosalba Terranova Cecchini); negli ultimi anni ne sto cogliendo sempre più il significato. Ascoltando le loro storie, imparo continuamente.

Oltre all’attività consultoriale, lavori anche in una realtà davvero singolare. Ce ne parli?

Certo, è il Centro Psicopedagogico sostenuto dall’azienda farmaceutica Bracco, che ha sedi a Lambrate e in Brianza. Dal 2017 a Milano l’azienda supporta un centro all’interno di una scuola primaria pubblica, destinato al welfare locale. Qui offriamo percorsi di prevenzione del bullismo, valutazioni degli apprendimenti e dell’attenzione, in stretto contatto con scuola e famiglie. L’équipe, di cui sono coordinatrice, è composta da tre psicologhe, una logopedista e una neuropsichiatra infantile. Il servizio è gratuito per le famiglie, perché finanziato dall’azienda.

E come sei arrivata in Fondazione Guzzetti?

Nel 2007 ho cominciato a lavorare nel consultorio Restelli. Avevo in mente di tornare in Brasile dopo la fine della scuola di specializzazione, ma Chiara Canzi mi coinvolse nei progetti con le scuole: affettività e sessualità nella primaria e nella secondaria di primo grado. È stata una scoperta bellissima e da lì ho lavorato quindici anni nelle scuole. Ora invece svolgo solo attività interna, in consultorio.

Che tipo di pazienti incontri?

Vedo genitori, giovani adulti universitari e anche adulti dai 65 anni in su. La domanda da parte di questa fascia d’età sta crescendo: arrivano sempre con grande discrezione e richiedono un approccio delicato.

Perché ti piace lavorare in consultorio?

Perché è un luogo in cui continuo a imparare: lì incontro la realtà in tutte le sue sfumature, e la presenza di un’équipe consente un lavoro ricco, fatto anche di stima e affetto reciproco.

Quali sono, a tuo giudizio, le sfide che Fondazione Guzzetti ha davanti a sè?

Negli ultimi anni ho iniziato a guardare con più attenzione alla generazione più anziana: servono spazio, ascolto e tempo anche per loro. L’aspettativa di vita si allunga e capita di incontrare settantenni che ancora si prendono cura dei propri genitori. Vedo coppie in difficoltà e, allo stesso tempo, nuove risorse che emergono nei cambiamenti del ciclo di vita.