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Daniela Frizzele – Matteo mi ha reso la mamma che sono

Incontriamo Daniela Frizzele, pedagogista di Fondazione Guzzetti.

Da bambina ho sempre pensato di fare medicina, in particolare chirurgia. Il mio sogno era quello di andare in Africa a fare un’esperienza di missione. Strada facendo però medicina non mi ha convinta. Così mi sono iscritta a Scienze dell’educazione in Università Cattolica a Milano.

Da medicina a scienze dell’educazione è un passo particolare…

Ho fatto un percorso di orientamento post liceo scientifico, con un sacerdote psicologo che aiutava i ragazzi dopo la maturità a scegliere la Facoltà più giusta… Si chiamava don Cesare Boga. Così mi sono iscritta a Scienze dell’educazione l’ultimo giorno disponibile per le iscrizioni. Mi sono fidata di questa indicazione. Ho cominciato il mio percorso universitario curiosa di fare importanti scoperte.

Durante gli studi però cominciano le tue attività di volontariato…

Esatto. Con un gruppo dell’oratorio portavamo fuori al sabato sera i ragazzi portatori di handicap. Andavo a suonare nel carcere femminile di Opera con un complesso rock. Sono stata presso la Casa del Giovane nella Comunità per minori a Vendrogno (LC). Durante la guerra in Bosnia Erzegovina, raccoglievo viveri e medicinali per alcune persone volontarie che portavano aiuti in quelle terre così martoriate. L’esperienza universitaria non era solo teorica, ma anche educativa, fondata sulla relazione umana.


Daniela Frizzele

Come conosci Fondazione Guzzetti?

Dopo aver finito un master in pedagogia clinica, ho conosciuto Fondazione Guzzetti. Ho iniziato la mia collaborazione con il consultorio Sant’Antonio nel 2002, perché mi piaceva approfondire i legami famigliari e affinare questo sguardo. Mi sono subito occupata di progettare interventi sul territorio.

Nonostante il passare del tempo, è riuscita a mantenere quegli impegni di volontariato che hanno tanto caratterizzato i suoi anni universitari?

Io e mio marito siamo genitori dell’associazione Quercia millenaria, legata alla maternità vissuta nella difficoltà o per patologie del bambino o per patologie della mamma. Seguiamo e accompagniamo genitori durante gravidanze difficili. Io e mio marito abbiamo avuto il nostro primo figlio, Matteo, che poco dopo il parto è morto per una patologia grave, incompatibile con la vita. Passando dentro questa esperienza, abbiamo capito quanto sia importante la vicinanza ad altre coppie. L’aiuto e il supporto durante l’attesa del bambino e nel dopo nascita è fondamentale.

In che cosa consiste il vostro lavoro nell’associazione Quercia millenaria?

Ci offriamo come genitori che hanno passato questa esperienza ad affiancare coppie di genitori che stanno affrontando ora questa prova. Il messaggio che vogliamo comunicare è questo: l’accoglienza del proprio bambino anche se passa dalla sofferenza, dalla malattia o dalla morte stessa, ti lascia una grande speranza. La morte non è l’ultima parola, ma l’amore che si sperimenta è capace di rimetterti in piedi per affrontare la vita, così come verrà.

Come avete conosciuto questa associazione?

Siamo stati intercettati da altre famiglie che ruotavano attorno al San Gerardo di Monza, l’ospedale dove è nato Matteo e dove sono nati tutti i nostri figli. Da quel momento ci siamo detti: mai più soli! Un’associazione di genitori per accompagnare in una condizione difficile è un bisogno diffusissimo. E’ molto utile confrontarsi con persone che hanno vissuto un’esperienza simile.

Dopo Matteo, siete diventati ancora genitori?

Sì, di quattro meravigliosi figli. La morte di Matteo non ci ha lasciato inermi.

Perché avete deciso di continuare a impegnarvi nella Quercia millenaria?

Perché crediamo che il gruppo sia una risorsa. Quello che risuona negli altri lo sento risuonare dentro di me e mi fa bene. Potersi confrontare con altri genitori che sono passati dentro una grande fatica, un grande dolore e vedere che non hanno perso il sorriso ti permette di coltivare la speranza per la tua vita e la tua famiglia. E poi vogliamo che i medici, i genitori, gli infermieri sappiano che ci siamo, che possiamo dare una mano. E’ importante avere una rete di professionisti preparati ma anche capaci di uno sguardo umano sul bambino che si aspetta, non si è difronte ad una patologia ma ad un bambino che è in relazione con la sua mamma e il suo papà.

Venite chiamati per dare testimonianza del vostro percorso?

Sì, certo. Spesso andiamo nei gruppi fidanzati, gruppi di famiglie oppure nelle scuole, soprattutto con le classi di quinta superiore, dove si affrontano temi di bioetica. A seguito di una diagnosi molto complicata, ci è stato prospettato l’aborto ma noi abbiamo scelto diversamente, semplicemente perché come mamma e papà abbiamo amato nostro figlio Matteo così com’era e accolto la sua vita. Questa scelta è percorribile, anche se la paura, l’ansia e il dolore erano forti. Nella nostra esperienza abbiamo capito che la morte di nostro figlio non è stata l’ultima parola, piuttosto l’amore vissuto la realtà più vera e più grande. L’amore donato è tornato a noi e ci ha lasciato con il cuore ricco, pieno di luce, di pace e di vita. Non sarei la persona che sono, senza Matteo. Lui mi ha reso quella mamma che oggi sono.

www.querciamillenarialombardia.it